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Quella strage è diventata un romanzo

Questa è un’anticipazione della recensione di “Romanzo di una strage” che uscirà sul prossimo numero di A rivista anarchica.

 

di Luciano Lanza

Non sappiamo che cosa sia successo in quella stanza, ma sappiamo che i poliziotti (Vito Panessa, Giuseppe Caracuta, Carlo Mainardi, Pietro Mucilli) e il capitano dei carabinieri Savino Lograno si sono più volte contraddetti. Tanto che si passa dal gesto di Pinelli che si butta gridando «È la fine dell’anarchia» fino al cosiddetto «malore attivo» del magistrato Gerardo D’Ambrosio. Questo magistrato sostiene che Calabresi non era nella stanza quando Pinelli «vola» dalla finestra ma un altro fermato Pasquale «Lello» Valitutti sostiene di non aver visto uscire Calabresi e soprattutto che poco prima della mezzanotte ha sentito dei rumori provenire da quella stanza che «in altro luogo avrei definito rumori di una rissa».
Nel film di Marco Tullio Giordana Romanzo di una strage (ma anche negli atti giudiziari) Calabresi non è nella stanza e prima del «volo» di Pinelli si assiste a una minirissa fra poliziotti e fermato. Poi la scena cambia e si vede Pinelli disteso nel cortile della Questura.


Nel film Calabresi viene presentato come un poliziotto che cerca di instaurare un rapporto di «simpatia» con Pinelli tanto che incontrandosi in una libreria Pinelli gli regala L’antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters e Calabresi ricambia con Mille milioni di uomini di Enrico Emanuelli, ma c’è un particolare che può sembrare irrilevante, ma non lo è: Calabresi manda il libro e Pinelli al circolo Ponte della Ghisolfa lo mostra ai compagni dicendo che quel poliziotto continua a «tampinarlo» e che l’unico modo per sdebitarsi sarà regalargli un altro libro.
La questione è chiara: a Calabresi non bastano confidenti «marginali» come Enrico Rovelli, anarchico «saltuario» e che sa poco o nulla dell’attività di quelli del Ponte, no vuole un uomo al centro dell’attività. Ma la manovra non gli riesce e da quel momento comincia a fargli pressioni sempre più pesanti.
Così dopo le bombe sui treni dell’8-9 agosto cerca di incastrare Pinelli: chi meglio di un ferroviere conosce dove mettere bombe sui treni? Bombe per cui molti anni dopo verranno condannati Franco Freda e Giovanni Ventura.
E non è un caso che la sua «attenzione» verso Pinelli diventi isterica, poco controllabile. Un esempio a cui ho assistito di persona: durante un sit-in di anarchici vicino al carcere di San Vittore per chiedere la liberazione degli anarchici arrestati per le bombe del 25 aprile a Milano, sento Calabresi gridare a Pinelli: «Te la faremo pagare».
Ma il punto saliente del film lo abbiamo quasi alla fine. Un colloquio fra Calabresi e Federico Umberto D’Amato, capo dell’Ufficio affari riservati del ministero dell’Interno. La bomba diventano due, gli attentatori due e sempre due i taxi che prendono per andare alla Banca nazionale dell’agricoltura. Per Calabresi il primo attentatore può essere Valpreda («come hanno detto tutti», dice nel film: strano modo di trasformare una sua fissazione personale in una diceria collettiva) porta nella banca la borsa nera con la gelignite azionata da un timer e la lascia sotto un tavolone nell’atrio, la seconda bomba è di tritolo con una miccia che farà esplodere anche l’altra prima del tempo e a metterla è un fascista che assomiglia a Valpreda. D’Amato allora ironizzando, «visto che siamo in tema di fantasie», propone un altro schema: «la prima bomba la mettono i fascisti, la seconda la parte più oltranzista della Nato, alcuni settori delle nostre forze armate, alcuni ordinovisti veneti a libro paga dei servizi militari americani, qualche funzionario dell’ambasciata Usa».
Insomma, due bombe. Qui entra in ballo il «fantasioso» libro di Paolo Cucchiarelli, Il segreto di piazza Fontana, che Enrico Maltini ha recensito sul n. 3/2009 di Libertaria, mettendone in evidenza illazioni, incongruenze, errori. Perché compare, come tesi, nel finale del film di Giordana. E poi se la seconda bomba viene attivata da una miccia e se non brucia tutta come può far scoppiare il tritolo? E ancora: era una miccia o un pezzo di corda? Se ne possono dire tante… Non basta rilevare che su qualche giornale del 13 dicembre si scriva di una miccia e di un timer. Ma qualcuno ha presente il caos, la frenesia che c’era nelle redazioni dopo un fatto così sconvolgente? Dover scrivere di un avvenimento così impressionante nel giro di poco tempo? Con notizie che si accavallavano senza avere la possibilità di selezionarle con la necessaria calma e lucidità?
Lascio la parola a Corrado Stajano (Corriere della Sera del 28 marzo): «La verità storica e politica, a ogni modo, è chiara. Sono ben documentati, con le responsabilità della destra neofascista veneta, le complicità e i depistaggi dei servizi di sicurezza e soprattutto dell’Ufficio affari riservati».

 

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